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“Cannabis terapeutica introvabile. Governo attivi altri canali”

Domani incontro con Costa. Ass. pazienti pronte a vie legali

“La cannabis medica contro il dolore cronico è introvabile. E questo rende impossibile mantenere una continuità terapeutica”. E’ l’appello che arriva dalle associazioni di pazienti che domani incontrano il Tavolo tecnico del Ministero istituito e presieduto dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa.
I medicinali a base di cannabis terapeutica sono regolarmente utilizzati per il supporto alle cure di specifiche patologie dietro prescrizione medica e fanno parte dei piani terapeutici di cura per il dolore di numerosi Centri Ospedalieri e ASL nel territorio nazionale. In diverse Regioni e, in base alla patologia, queste preparazioni sono rimborsate dal SSN.

“Attualmente sono sette le patologie che rientrano, secondo il decreto Lorenzin, nell’erogazione gratuita da parte dello stato di cannabis terapeutica – spiega ad Askanews la Presidente del Comitato Pazienti Cannabis Medica, Santa Sarta – ma in realtà le malattie che da questo uso terapeutico della cannabis potrebbero trarre benefici sono molte di più. Purtroppo da cinque anni la cannabis continua a scarseggiare ciclicamente nelle farmacie e in questi ultimi tempi è diventata veramente un miraggio. Questo fa sì che oltretutto non ci sia continuità terapeutica”.
Nel nostro Paese, la prescrizione del medico (Ricetta Non Ripetibile RNP) per preparazioni magistrali a base di cannabis per uso medico e’ dispensata dal farmacista che – sulla base delle prescrizioni – acquista la sostanza attiva (infiorescenza)e allestisce le preparazioni magistrali.

“Per i malati, avere a disposizione il trattamento della cannabis terapeutica è fondamentale e rappresenta spesso l’unica possibilità di dare sollievo alle loro gravi sofferenze fisiche”, spiegano le associazioni.
L’acquisto di infiorescenze avviene mediante richiesta al Ministero della Salute da parte delle Regioni (fabbisogno annuo di ASL e farmacie ospedaliere) o degli importatori autorizzati. Il fabbisogno si basa sull’andamento storico delle forniture attribuite l’anno precedente e quindi negli anni è rimasto insufficiente rispetto alla crescente platea di pazienti che si è via via riscontrata.

“In questo momento – sottolinea Sarta – l’unico produttore nazionale è l’Istituto farmaceutico di Firenze, che non riesce assolutamente a soddisfare il fabbisogno nazionale.
Per quanto riguarda l’attività di importazione, l’unico canale di approvvigionamento diretto dall’estero autorizzato è quello olandese”, in virtù di un accordo commerciale tra il Governo italiano e olandese che obbliga gli importatori a rivolgersi esclusivamente ad un’azienda.
Il numero dei pazienti italiani che oggi fa ricorso a tali medicinali è stimato in oltre 50.000. A fronte di un fabbisogno stimato in almeno 10 tonnellate annue, la quantità di materia prima importata dall’Olanda è di circa 600kg mentre i restanti 200-250kg sono prodotti a Firenze. Il nostro Paese è quindi in grado di mettere a disposizione solo 850kg complessivi. A solo titolo esemplificativo, la Germania – che ha una popolazione di 80 milioni di abitanti, circa 60 mila pazienti ed un sistema sanitario simile a quello del nostro Paese – ha recentemente chiesto l’autorizzazione all’International Narcotic Board, per importare circa 30 tonnellate di materia prima. Nel mercato tedesco, l’approvvigionamento di infiorescenze avviene da diversi Paesi, sia europei che extra europei come: Malta, Spagna, Olanda, Canada, Portogallo ed Israele.
Esistono infatti diversi produttori ed esportatori, sia europei che extra europei, che, al pari dell’azienda olandese, sono regolarmente autorizzati dall’International Narcotic Board e le produzioni sono regolarmente certificate: “Noi chiediamo – chiarisce Sarta – che l’Italia apra questi altri canali. E domani al sottosegretario Costa presenteremo un documento sottoscritto dalle associazioni dei pazienti della cannabis terapeutica che chiedono allo Stato che venga fatto qualcosa di concreto per colmare il gap ormai decennale tra domanda di cannabis medica in Italia e produzione e importazioni autorizzate dal Ministero della Salute. Ci aspettiamo un parere positivo perchè sappiamo che altrimenti i prossimi mesi saranno terribili per i pazienti. Se non dovessimo avere riscontro, siamo pronti anche a passare alle vie legali”.

(Maria Paola D’Emilio)


Fonte: askanews.it

Solo 2 specialisti su 5 li prescrivono

Medico che vai, terapia che trovi. È qualcosa che purtroppo accade spesso alle persone con obesità anche quando complicata da patologie metaboliche come diabete, steatosi epatica, dislipidemia e ipertensione arteriosa. Una ricerca condotta dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME), appena pubblicata sulla rivista Frontiers in Endocrinology, ha rilevato che solo 2 specialisti su 5 prescrivono ai propri pazienti con obesità, anche di grado elevato, farmaci approvati per tale patologia in associazione a diete e stili di vita.

“La tendenza alla sottoprescrizione dei farmaci – spiega Renato Cozzi presidente di AME – dimostra che l’assioma ‘il paziente obeso, è obeso perché mangia’, è ancora molto diffuso, anche tra i medici specialisti. In realtà, l’obesità non è mancata volontà o solo cattive abitudini, è una vera e propria patologia cronica che va curata valutando tutte le opzioni terapeutiche, farmaci e chirurgia compresi”. Per raggiungere l’obiettivo di una maggiore appropriatezza terapeutica è stata pubblicata la prima Linea Guida “Terapia del sovrappeso e dell’obesità resistenti al trattamento comportamentale nella popolazione adulta con comorbilità metaboliche”. Approvata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), questa Linea Guida è stata redatte dall’AME, in collaborazione con ADI (Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica), SIO (Società Italiana dell’Obesità), SICOB (Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità e delle Malattie Metaboliche) e SIGE (Società Italiana Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva). “Utilizzando una rigorosa metodologia in grado di garantire la più obiettiva revisione sistematica della letteratura scientifica, la Linea Guida rappresenta un nuovo punto di riferimento per tutti medici che si occupano di obesità – spiega Marco Chianelli, coordinatore della Commissione Obesità e Metabolismo di AME -. Il documento, lungo 373 pagine, è focalizzato sulla terapia farmacologica e chirurgica nei pazienti in sovrappeso e obesi affetti da comorbilità metaboliche. I medici hanno ora a disposizione una guida basata sulle evidenze, che dà indicazioni precise su cambiamenti nello stile di vita, farmaci, chirurgia, da prescrivere ai pazienti in base a età sesso, situazione socioeconomica, indice di massa corporea e comorbilità presenti”.

La nuova Linea Guida mette fine ad erronee convinzioni: “Sdogana la terapia medica e chirurgica – sottolinea Chianelli – ed evidenzia che prescrivere ai pazienti la terapia giusta non è solo possibile, ma anche doveroso”. Curare correttamente l’obesità riduce il rischio di sviluppare le complicanze metaboliche ad essa associate. “Con la pubblicazione di questa Linea Guida si conferma l’esistenza di una patologia cronica e invalidante, l’obesità, per la quale esistono terapie farmacologiche e chirurgiche efficaci e sicure – afferma Olga Eugenia Disoteo, coordinatore nazionale della Commissione Diabete AME -. Questa patologia è spesso sotto diagnosticata, stigmatizzata, trattata talvolta con indicazioni generiche e diete non sempre efficaci, la disponibilità di una linea guida oltre a dare dignità a una patologia oggi ancora negletta fornisce una chiara prioritizzazione degli interventi terapeutici mirati al singolo paziente e alle sue necessità cliniche. Il nuovo documento ha valore medico-legale e aiuta il medico nelle decisioni terapeutiche a garanzia dei pazienti”. Secondo le stime contenute nel nuovo documento, se si seguissero fedelmente tutte le raccomandazioni contenute nella Linea Guida potrebbe generarsi un risparmio di 16 miliardi di euro in 5 anni per il Sistema Sanitario Nazionale, legato alle complicanze prevenibili dell’obesità.

Fonte: askanews.it

Prodotta dal Cesp della Facoltà di Medicina e chirurgia della Cattolica

Promuovere la salute preconcezionale e prevenire i fattori di rischio per la fertilità è, oramai, non solo un dovere, ma anche una necessità. A partire da quando? Per rispondere a questo interrogativo il Centro di Ricerca e Studi sulla Salute Procreativa (CeSP) della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica renderà disponibile con cadenza settimanale dal 1° marzo 2023, collegandosi al sito Internet del Centro e attraverso i canali Social dell’Ateneo (@Unicatt) una webserie a puntate dedicata ad un tema talmente rilevante da essere diventato una vera emergenza sociale.

“Se una buona salute preconcezionale è il presupposto per aumentare le probabilità di concepimento, ottimizzare il decorso di una gravidanza e migliorare il recupero della donna e del nato dopo il parto, ci si rende facilmente conto di quanto questo sia importante nel nostro Paese – afferma Maria Luisa Di Pietro, Associata di Medicina Legale all’Università Cattolica e Direttrice del Centro di Ricerca -. L’Italia ha, infatti, uno dei tassi di natalità più basso in Europa con una media di circa 1,18 figli per donna e con oltre il 15% delle coppie con problemi di fertilità. Sono molteplici le ragioni per cui si rimanda o non si ricerca una gravidanza, ma, quando questo avviene, spesso non si riesce a realizzare il desiderio di avere un figlio”. “Il quando può sorprendere – continua Di Pietro -: coincide con un’epoca nella quale difficilmente si pensa al proprio futuro in termini di paternità o maternità. È l’adolescenza, quando l’entrata in pubertà prepara l’organismo alla vita fertile e stili di vita non adeguati possono iniziare a minare la salute preconcezionale. Stili di vita (dieta, attività fisica, esposizione a fumo, alcool, droghe) che richiedono impegno per essere corretti e tempo per ridurre le possibili conseguenze”. Gli episodi della Webserie, alla quale hanno partecipato docenti ed esperti della Facoltà di Medicina e chirurgia e di altri Atenei, affronteranno in videoclip di circa 5 minuti i temi, fra gli altri, della bellezza della sessualità umana e del procreare, le cause genetiche dell’infertilità maschile e femminile, l’impatto dell’inquinamento ambientale sulla salute preconcezionale, l’obesità e le patologie dell’adolescenza, il welfare e la natalità in Italia, gli stili di vita, la relazione fra la fertilità, i vaccini e la pandemia da Covid-19 “Se immaginiamo la salute preconcezionale come un puzzle da costruire, – spiega Di Pietro – i tasselli da prendere in considerazione sono tanti: oltre agli stili di vita, l’età e i fattori costituzionali, le malattie sessualmente trasmesse, il consumo di farmaci, l’esposizione a radiazioni o ad agenti ambientali che agiscono come interferenti endocrini, il benessere mentale, la compresenza di patologie croniche. Alcuni tasselli non possono essere modificati come ad esempio l’età e i fattori costituzionali; altri tasselli sono modificabili ivi compresi gli stili di vita, l’esposizione ad agenti ambientali, le malattie sessualmente trasmesse” “Promuovere la salute preconcezionale – conclude – significa, riprendendo quanto previsto dalla Carta di Ottawa del 1986, mettere ciascuno nelle condizioni di aumentare il controllo della propria salute, identificare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i propri bisogni, cambiare l’ambiente circostante e farvi fronte. Questo richiede, accanto alla cura dell’ambiente e del cibo, alla sicurezza dei farmaci, anche interventi educativi per aiutare acquisire consapevolezza del proprio agire, responsabilità e strumenti critici, criteri di valutazione e motivazioni, e capacità di operare una sintesi tra libertà e responsabilità” Ed è proprio quest’ultimo l’obiettivo della Webserie: offrire contenuti e conoscenze, affinché le scelte siano informate e consapevoli. Conoscenze da acquisire lungo un viaggio, in cui esperti di varie discipline introducono, con un linguaggio comprensibile, in tematiche sfidanti, preziose e complesse.

Fonte: askanews.it

Ricercatori Cattolica fanno il punto sulla patologia. Lavoro su Lancet

La sindrome del tunnel carpale può arrivare a colpire fino a una persona su 10 in Italia e può richiedere diverse tipologie di intervento terapeutico, anche chirurgiche. Tra i fattori di rischio si possono annoverare malattie rare ma anche il Covid-19: sono alcune delle conclusioni di scienziati del Campus di Roma dell’Università Cattolica e Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS diretti da Luca Padua, Associato in Medicina Fisica e Riabilitativa alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica e Direttore della UOC di Neuroriabilitazione ad Alta Intensità della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS che fanno il punto sulla patologia in un lavoro pubblicato su The Lancet Neurology. “Oggi – spiega il professor Padua – abbiamo acquisito approcci diagnostici sempre migliori e anche sistemi ecografici vengono in nostro aiuto, ma sono ancora tante le domande che ci poniamo su questa sindrome”. Il tunnel carpale è un problema estremamente diffuso: si tratta infatti della più comune neuropatia da intrappolamento, con un certo impatto quindi sul SSN in termini di costi. “La sindrome consiste in una sofferenza del nervo mediano a livello del suo passaggio nel tunnel carpale, cioè al polso. Attraverso meccanismi di tipo traumatico o infiammatorio si può verificare un aumento della pressione all’interno di questa struttura anatomica che può provocare un danno del nervo. Questa patologia insorge più frequentemente con una sintomatologia notturna, caratterizzata da parestesie e dolore alla mano, con possibile irradiazione prossimale, ovvero all’avambraccio ed al braccio. Con il tempo tali sintomi compaiono anche di giorno, spesso in seguito ad utilizzo prolungato della mano e talvolta con una localizzazione delle parestesie alle prime tre dita. Nei casi più gravi si rileva una perdita di sensibilità e deficit di forza della mano. Secondo alcuni studi spesso si rende necessario il trattamento chirurgico – sottolinea Padua – per quanto non ci siano dati certi in merito, è probabile che un eventuale aumento dei casi si registri in specifiche popolazioni di individui, per esempio nei soggetti più anziani o in chi soffre di alcune malattie rare”. La patologia si presenta con maggiore frequenza negli individui di età compresa tra 50 e 54 anni, seguiti da quelli di età compresa tra 75 e 84 anni.

“Anche il Covid-19 può contribuire all’insorgere di questa sindrome – sottolinea il professore – secondo due casi clinici che sono stati descritti da un gruppo di ricerca italiano (Università di Modena e Reggio Emilia, e pubblicati su Medical Hypotheses). Il meccanismo ipotizzato è quello di una reazione infiammatoria delle cartilagini scatenata dal virus, con conseguente compressione del nervo mediano al livello del polso. Tuttavia, si tratta al momento di un dato troppo esiguo per poter affermare che esista una relazione causale tra Covid-19 e sindrome del tunnel carpale. Le evidenze scientifiche disponibili non hanno definito con sicurezza se l’uso prolungato delle tecnologie rappresenti un fattore di rischio per sindrome del tunnel carpale. È verosimile tuttavia che l’utilizzo prolungato di device come lo smartphone possa predisporre alla sindrome del tunnel carpale, come dimostrato in alcuni recenti studi su piccole popolazioni. Gli interventi chirurgici e non chirurgici sono utili per il trattamento della sindrome del tunnel carpale e sono ora disponibili diverse opzioni di cura, che forniscono ai medici la possibilità di scegliere l’approccio migliore personalizzandolo per ogni paziente. Ciò nondimeno, le evidenze della letteratura suggeriscono che il primo passo nel trattamento della sindrome è non chirurgico (di tipo conservativo), iniziando con l’informazione e l’educazione del paziente, seguito dall’uso di splint (tutori che, limitando i movimenti di del polso, riducono le sollecitazioni a livello del polso) e dalle iniezioni di corticosteroidi. La chirurgia dovrebbe essere riservata alle compressioni più gravi e in fase più avanzata”. “La selezione dell’approccio migliore per la diagnosi e il trattamento della sindrome del tunnel carpale si basa sull’esperienza e sull’opinione del medico”, conclude Padua.

Fonte: askanews.it

Pubblicato sulla rivista Nutrients

Il caffè aiuta a mantenere bassa la pressione sanguigna. Chi ne beve due o tre al giorno ha la pressione più bassa rispetto a chi ne beve una sola tazza o a chi non ne prende affatto: un dato che vale sia a livello periferico che per la pressione aortica centrale, quella più vicina al cuore.

È quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista Nutrients, realizzata da studiosi dell’Università di Bologna e dell’IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna – Policlinico di Sant’Orsola. L’indagine ha analizzato l’associazione tra il consumo di caffè e i parametri della pressione periferica e centrale in un campione di italiani.

“I risultati che abbiamo ottenuto mostrano che chi beve regolarmente caffè ha una pressione sanguigna significativamente più bassa, sia a livello periferico che a livello centrale, rispetto a chi non ne beve”, spiega Arrigo Cicero, professore al Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna e primo autore dello studio. “Si tratta del primo studio ad osservare questa associazione sulla popolazione italiana, e i dati confermano l’effetto positivo del consumo di caffè rispetto al rischio cardiovascolare”, aggiunge Claudio Borghi, responsabile dello studio.

Il caffè è una delle bevande più diffuse in Italia e al mondo: si stima che tra il 2020 e il 2021 ne siano stati consumati quasi 10 milioni di tonnellate a livello globale. Nonostante si sia temuto a lungo che potesse avere conseguenze negative per la salute, sono emersi invece da tempo diversi effetti benefici: tra chi ne beve abitualmente è stato osservato un minor rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete e alcune malattie neurodegenerative e del fegato. Non è ancora chiaro però a che cosa siano dovuti questi effetti, e non sembra siano legati direttamente al ruolo della caffeina.

“La caffeina è solo uno dei diversi componenti del caffè e certamente non è l’unico che ha un ruolo attivo: effetti positivi per la salute umana sono stati registrati infatti anche tra chi consuma caffè decaffeinato”, dice Cicero. “sappiamo che la caffeina può contribuire ad aumentare la pressione sanguigna, ma altri componenti bioattivi nel caffè sembrano controbilanciare questo effetto, con un risultato finale positivo rispetto ai livelli della pressione”.

Per approfondire questi effetti, in particolare rispetto ai valori della pressione centrale, gli studiosi hanno preso in considerazione un campione di 720 uomini e 783 donne a partire da una sub-coorte del Brisighella Heart Study: uno studio osservazionale coordinato da Claudio Borghi, professore al Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna. Per ognuna delle persone individuate, sono stati confrontati i livelli della pressione sanguigna e le abitudini di consumo del caffè, insieme ad una serie di altri dati clinici.

“I risultati sono molto chiari: la pressione arteriosa periferica è risultata decisamente più bassa nei soggetti che consumano da una fino a tre tazze di caffè al giorno rispetto ai non consumatori di caffè”, spiega Cicero. “E per la prima volta abbiamo potuto confermare questi effetti anche rispetto alla pressione aortica centrale, quella vicina al cuore, dove si osserva un fenomeno quasi identico, con valori del tutto simili per chi beve abitualmente caffè rispetto ai non consumatori”.

I dati mostrano infatti valori più bassi per i consumatori di caffè sia nella pressione sistolica che nella pressione di pulsazione, e sia a livello di circolazione periferica che per la pressione aortica centrale. Tutti risultati che confermano gli effetti positivi del caffè per la mitigazione del rischio di malattie cardiovascolari.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nutrients con il titolo “Self-Reported Coffee Consumption and Central and Peripheral Blood Pressure in the Cohort of the Brisighella Heart Study”. Gli autori sono Arrigo Cicero, Federica Fogacci, Sergio D’Addato, Elisa Grandi, Elisabetta Rizzoli e Claudio Borghi del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna ed IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna – Policlinico di Sant’Orsola.

Fonte: askanews.it

Lo studio "positive" presentato al San Antonio Breast Cancer Symposium

Una notizia destinata a cambiare la vita di molte donne. La novità emerge dallo studio “POSITIVE” che sarà presto pubblicato e i cui risultati sono stati presentati al San Antonio Breast Cancer Symposium negli USA: le donne con diagnosi di cancro al seno e recettori ormonali positivi ovvero sensibile agli ormoni, con una diagnosi in stadio iniziale, possono interrompere in sicurezza, dopo aver fatto almeno 18 mesi, la cura anti-ormonale se vogliono cercare una gravidanza per poi tornare a completare i 5 – 10 anni di terapia normalmente indicati per questa forma tumorale.

Matteo Lambertini, professore associato all’Università di Genova, oncologo all’ospedale Policlinico San Martino di Genova e membro scientifico dell’associazione aBRCAdabra, commenta questi risultati come una “novità grande, è stato uno studio coraggioso e difficile da condurre ma i cui risultati al momento sembrano dirci che questa interruzione può essere considerata sicura”, afferma.

Spiega l’oncologo: “Altri studi avevano valutato la sicurezza della gravidanza dopo le cure standard, ma mai l’interruzione della cura, in questo caso la terapia anti-ormonale che in alcuni casi va assunta fino a 10 anni”. Cambierà la vita di tantissime donne che potranno così non rinunciare a diventare mamme né posticipare questo progetto di vita. Certo l’esperto invita ad avere “cautela. Dobbiamo continuare a seguire queste donne, quelle arruolate erano poco più di 500. Ricordiamo che la maggior parte di queste donne avevano un tumore della mammella in stadio 1, nello studio potevano entrare tutte ed erano le pazienti a chiedere, ma quelle ad alto rischio erano pochissime e quasi 1 su 4 ha avuto una recidiva dopo la sospensione. Oggi sappiamo che è sicuro farlo se si ha un tumore a basso rischio; nelle donne con stadio più avanzato è meglio terminare la cura anti-ormonale di 5 o 10 anni”.

“I 3 quarti ovvero il 75% di queste donne, con un’età media di 37 anni, ha avuto la gravidanza, e i bambini nati stanno bene. Nello studio c’era anche una quota di pazienti BRCA”. Lambertini è membro del board scientifico dell’associazione aBRCAdabra, prima in Italia nata per le persone portatrici di variante genetica BRCA e molto attenta alle istanze delle giovani donne, che hanno avuto un tumore o affrontano la chirurgia di riduzione del rischio come Jolie o Bianca Balti, sui temi della maternità e della fertilità. L’onlus incoraggia studi, ricerche, audit delle pazienti e maggiore attenzione anche da parte del mondo medico.

Non resta che incoraggiare le donne, ma anche i medici perché è ancora molto bassa la percentuale delle donne (solo il 5% under 40) che dopo una diagnosi di cancro diventano mamme. Non sono solo le donne ad avere paura, “tanti colleghi oncologi scoraggiano le donne ad avere una gravidanza- ricorda infine Lambertini- a inizio 2022 in un questionario che abbiamo fatto tra colleghi che si occupano di cancro al seno, 1 oncologo su 3 sosteneva che non fosse sicuro avere una gravidanza dopo aver terminato cure e periodo di osservazione appropriati dopo la malattia”.

Fonte: askanews.it

A dirlo è la scienza. Domani Giornata Mondiale

Migliora l’umore, apportando una sensazione di benessere e felicità correlata al rilascio di serotonina. Attenua l’ansia, grazie alla produzione di ossitocina. Aumenta l’autostima, e, secondo alcuni studi che hanno formulato questa ipotesi, sembrerebbe ridurre persino la suscettibilità alle infezioni delle alte vie aree, intervenendo su quei fattori di stress che influenzano la risposta immunitaria. È questo l’incredibile e non scontato potere di un gesto semplice quanto importante, l’abbraccio. A fare il punto in occasione della Giornata mondiale dell’abbraccio che si celebra domani, sabato 21 gennaio, è la Società Italiana di Pediatria (Sip), che in un approfondimento ha esaminato la letteratura scientifica sui benefici, a partire dalla più tenera età.

“Partendo dai primi mesi di vita, numerosissimi studi hanno indagato in tutto il mondo in anni recenti il vantaggio del contatto pelle a pelle e dell’abbraccio fra madre e figlio nel delicato ambito ospedaliero, la cosiddetta Kangaroo mother care – spiega la dottoressa Sara Sollai, Consigliere Nazionale SIP-. Questo approccio, analizzato per la prima volta a partire dalla metà degli anni ’70, ha cambiato significativamente la gestione e la cura dei neonati sani e a rischio (ricoverati terapia intensiva neonatale, prematuri o con basso peso alla nascita), dimostrando riduzione di mortalità e morbilità nei piccoli, effetti significativi sulla stabilizzazione clinica, riduzione dello stress e del dolore durante gli esami o le procedure mediche ed infermieristiche sul neonato. Il contatto fisico favorisce inoltre il passaggio precoce e una maggiore durata dell’allattamento al seno.  A tutto questo si affianca un incremento dell’attaccamento madre-figlio e la riduzione dello stress materno, cosa che suggerisce che la Kangaroo mother care sembra rappresentare uno degli interventi di cura più efficace”.  Anche in età evolutiva gli effetti positivi proseguono, in particolar modo nei primi anni di vita. “Un ritardo nello sviluppo si osserva spesso nei bambini che ricevono una stimolazione sensoriale inadeguata – prosegue Sollai – . Ad esempio, studi condotti in bambini orfani istituzionalizzati hanno mostrato una compromissione della crescita e dello sviluppo cognitivo, un’elevata incidenza di infezioni gravi e disturbi dell’attaccamento. Numerosi studi sottolineano l’importanza del tatto e dell’abbraccio nello sviluppo psicofisico del bambino”.  Anche quando si tratta di visite o procedure mediche un abbraccio aiuta a ridurre il dolore dei neonati e lattanti, come conferma un recente studio condotto in Iran su 120 bimbi fra 2 e 6 mesi di vita sottoposti a prelievo ematico. Secondo lo studio in coloro che venivano abbracciati dalla madre vi era una riduzione del dolore complessivo correlato alla procedura, analizzando i parametri vitali, il pianto e la durata del disagio.

“In questa fase di allentamento delle misure di distanziamento sociale correlate alla pandemia ci è sembrato importante ricordare i benefici dell’abbraccio, dedicando questa giornata a tutte le mamme e i papà e i loro bambini -conclude la Presidente della Società Italiana di Pediatria, la professoressa Annamaria Staiano- . Speriamo che soffermarsi a pensare quanto valga questo gesto, per la mente e il corpo specie nei più piccoli, faccia venire voglia di abbracciarsi un po’ di più”.

Fonte: askanews.it

L'esperta: limitare e riparare i danni causati da disturbi alimentari

Erosione dello smalto, alterazione della forma, perdita di volume dei denti, sensibilità dentale, problemi di occlusione: la bulimia nervosa danneggia anche il sorriso. La bulimia nervosa è una condizione caratterizzata da ricorrenti episodi di abbuffata associati alla sensazione di perdere il controllo durante l’assunzione di cibo, che determina successive condotte compensatorie quali vomito autoindotto, uso improprio di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno, esercizio fisico eccessivo o una combinazione di questi. La diagnosi di bulimia nervosa prevede che le abbuffate e le condotte compensatorie si verifichino entrambe almeno una volta a settimana per 3 mesi. In Italia l’età media d’insorgenza è tra 15-19 anni con tendenza negli ultimi anni ad un esordio ancora più precoce. L’incidenza, stimata, della patologia è almeno di 12 nuovi casi per 100.000 persone in un anno tra le donne e circa 0,8 nuovi casi per 100.000 persone in un anno tra gli uomini, con un numero però per questi ultimi in crescita come segnalato dal Ministero della Salute. Si tratta di un disturbo alimentare che causa importanti danni anche al sorriso. Il vomito autoindotto, infatti, porta all’erosione dentale e questa nel tempo causa sensibilità dentale, perdita di forma, dimensione e volume dei denti che appaiono gialli proprio perchè hanno perso parte della loro struttura, fino ad arrivare a problemi di masticazione.

“Spesso chi soffre di questo tipo di disturbi nasconde dentro di sé malesseri e disagi molto profondi, a volte associati all’esigenza di mantenere sotto controllo ogni aspetto della vita quotidiana e alla consapevolezza destabilizzante di non essere in grado di farlo”, spiega Clotilde Austoni prima Influencer del Sorriso e Odontoiatra specialista in Chirurgia Odontostomatologica, che dedica un intero capitolo del suo primo libro “Spazzoliamoci le Idee”, edito da Mondadori, a tutti coloro che stanno affrontando la battaglia contro la bulimia, fornendo preziosi consigli per limitare o riparare i danni funzionali ed estetici causati dai disturbi alimentari. “Sconfiggere la bulimia è possibile ed il primo passo è proprio chiedere aiuto e affidarsi a tutti i professionisti di cui si ha bisogno (dietologo, psicoterapeuta, endocrinologo, odontoiatra, ecc). La bulimia nervosa impatta in modo diretto anche sulla salute orale eppure c’è poca informazione al riguardo: ecco perchè ho deciso di dedicare un intero capitolo del mio libro a questa patologia. Spero che le mie parole possano aiutare più persone possibili”, spiega.

Quando il vomito viene indotto, i succhi gastrici risalgono dallo stomaco fino alla bocca. Questi sono altamente acidi e come tali, avendo un’azione erosiva, corrodono i denti. Mano a mano che l’erosione avanza, i denti si usurano e diventano sempre più sottili. Un segno che si può notare osservando il sorriso davanti allo specchio sono proprio i margini dei denti anteriori che appaiono grigi. Nel tempo, compare anche la sensibilità dentale, conseguenza del fatto che i denti si sono consumati fino ad esporre la parte innervata, ovvero la dentina. Quest’ultima è gialla, ecco perchè nelle fasi più avanzate il sorriso perde lucentezza, appare ingiallito e spento. Se non si interviene, i denti perdono sempre più sostanza dentale, cambiano forma e dimensione, perdono volume fino ad evidenziare problemi di occlusione.

I consigli “sono stati pensati per accompagnare le persone che stanno affrontando la battaglia contro la bulimia, nella speranza di farle stare meglio”, prosegue l’Influencer del Sorriso, “non ho l’ambizione di risolvere il problema, ma di dare loro supporto e forza per affrontare un percorso di guarigione che potrà, a volte, sembrare lungo e in salita”. Eccoli: – Dopo un episodio di vomito, sciacquare la bocca con acqua e un cucchiaino di bicarbonato per riequilibrare il pH, riportandolo a valori neutri e contrastando l’azione dei succhi gastrici acidi. – Utilizzare sempre e solo spazzolini a setole morbide: per evitare di danneggiare ulteriormente i denti e scegliere un dentifricio che, oltre al fluoro, contenga molecole remineralizzanti e desensibilizzanti, in modo da contrastare il più possibile l’insorgere della sensibilità dentale e proteggere lo smalto. – Eseguire trattamenti remineralizzanti dal dentista – Utilizzare una mousse remineralizzante a casa. Il procedimento va ripetuto due o tre volte al giorno per almeno un mese, anche in base a protocolli specifici creati ad hoc in base al singolo caso. – Se i denti sono molto consumati, ma soprattutto se hanno perso forma e dimensione originarie, è opportuno ricostruirli: ristabilire le proporzioni che avevano prima di danneggiarsi è fondamentale per consentire una masticazione corretta.

Fonte: askanews.it

Indagine su comportamenti alimentari infantili durante e dopo pandemia

Coinvolgere i figli più piccoli nella preparazione dei pasti in modo giocoso li convince a consumare più frutta e verdura, limitando forme estreme di neofobia alimentare (ossia il rifiuto selettivo di taluni alimenti). Sono i risultati emersi dall’indagine svolta da un team di ricercatori del CREA Alimenti e Nutrizione, su un campione di 99 bambini in età scolare della regione Lazio, ma rappresentativo anche a livello nazionale, per esaminare i cambiamenti delle loro abitudini nutrizionali nel corso e nel post pandemia da Covid-19 e l’eventuale impatto sui fenomeni di ripudio di cibi specifici. Durante la pandemia, la convivenza forzata determinata dal lockdown ha prodotto l’aumento del numero dei pasti consumati in famiglia. Inoltre, nel periodo di convivenza forzata la condivisione dei pasti si è associata alla scelta di verdure e legumi: circa il 95% dei bambini che ha consumato maggiormente questi alimenti, infatti, aveva effettuato entrambi i pasti principali nel nucleo familiare e nel 35% dei casi è risultato che ne mangiavano di più rispetto a quanto accadeva nel periodo pre-pandemico. á Un campione di 99 bambini tra i 6 e gli 11 anni ha preso parte a una valutazione retrospettiva effettuata con un questionario autosomministrato. Sono state studiate le abitudini alimentari, i livelli di attività fisica e gli indicatori dello stile di vita sia pre che post pandemia.

Inoltre, è stata valutata la neofobia alimentare del bambino utilizzando la “Scala della neofobia alimentare (CFNS)”. I risultati, pubblicati nel numero di dicembre della rivista scientifica internazionale “Frontiers in Nutrition”, hanno mostrato che, per gran parte del campione (97%), il rifiuto selettivo del cibo non è cambiato durante il periodo della pandemia. Circa il 70% dei partecipanti non ha mutato le proprie abitudini alimentari, con alcune eccezioni che hanno riguardato alcuni sottogruppi che hanno riportato un aumento del consumo di frutta (22,2%), verdura (19,2%) e legumi (21,2%). Com’era prevedibile, a causa delle misure restrittive, è stato rilevante l’impatto della pandemia sulla sedentarietà, che è passata dal 25,3 al 70,7%. La neofobia non è stata associata allo stato ponderale (p-value 0,5). Tuttavia, nei bambini normopeso è stata riscontrata una più alta prevalenza di neofobia di livello intermedio (78,4%). È stato interessante notare come durante l’isolamento sociale, il 39,4% dei bambini studiati siano stati coinvolti nella preparazione dei pasti e come sia aumentata la percentuale che ha condiviso tutti i pasti con la famiglia (32,3% vs. 78,8%).

Fonte: askanews.it

Lo studio pubblicato sul "Journal molecular endocrinology"

La relazione che intercorre tra l’obesità e la funzionalità della tiroide è stata messa in evidenza da una ricerca effettuata dall’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc), in collaborazione con l’Università degli studi di Roma “La Sapienza” (UniRoma1), pubblicata sulla rivista Journal molecular endocrinology.

“Abbiamo constatato che il segnale generato dagli adipociti, le cellule che immagazzinano il grasso corporeo, interferisce con i fattori di trascrizione delle cellule follicolari della tiroide, ovvero con le proteine che sono responsabili dello sviluppo embrionale della ghiandola e del mantenimento delle sue funzionalità in età adulta. La proteina Ttf-2 (Thyroid Transcription Factor 2) ha un ruolo fondamentale sia nello sviluppo che nell’omeostasi della ghiandola tiroidea, cioè nella sua capacità di autoregolarsi per un corretto funzionamento”, spiega Donato Civitareale, ricercatore del Cnr-Ibbc e autore della ricerca.

L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale ed è in costante e preoccupante aumento, il 59% degli adulti europei e quasi 1 bambino su 3 è in sovrappeso o è affetto dall’obesità. Gli obesi, rispetto agli individui normopeso, risultano maggiormente esposti all’insorgenza di numerose malattie, tra cui quelle correlate alla tiroide.

“Diversi studi clinici ed epidemiologici hanno dimostrato che l’ipotiroidismo, un anomalo funzionamento della ghiandola causato da una sua ridotta capacità di produzione degli ormoni specifici, e il cancro della tiroide, nonché la presenza di noduli tiroidei e del gozzo, sono più frequenti in pazienti con valori elevati di massa corporea. Le prove sperimentali, che abbiamo effettuato in vivo e in vitro assieme a UniRoma1, mostrano come le secrezioni di molecole generate dagli adipociti inibiscano l’attività di Ttf-2 – conclude Civitareale -. L’inibizione dell’attività di questa proteina, causata dagli adipociti, sarebbe uno dei primi segnali biochimici che portano a un’alterazione dell’espressione genica e, come detto, dell’omeostasi tiroidea. In futuro, questo risultato potrà condurci all’identificazione di strategie farmacologiche in grado di contrastare gli effetti nocivi dell’obesità sulla tiroide”.

Fonte: askanews.it

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